DEACON BLUE “RAINTOWN”, 1987

DEACON BLUE, “RAINTOWN”

Ma è mai possibile che ci sia bisogno sempre di pioggia e freddo per riuscire a scaldare i cuori dei  bisognosi di affetto? L’opera prima degli scozzesi Deacon Blue (nome che, innegabilmente, è legato al pregiato ricordo di una clamorosa canzone degli Steely Dan intitolata per l’appunto “Deacon Blues”, inserita nel capolavoro del 1977 “Aja”) si pregia del talento artistico di un Ricky Ross voce fondatrice della formazione, non ancora trentenne all’epoca dell’uscita di questo album. Uno di quei dischi che sembrano avere ancora quella speciale polverina magica che gli americani, per esempio, hanno avuto scarsamente, oppure non l’hanno saputa usare al meglio delle loro possibilità. Sarà la voce del frontman, affiancata a quella di Lorraine McIntosh (che non avrà avuto certamente la magia catartica di una Wendy Smith, ma accompagna splendidamente il suo compagno d’arte in un debutto fulminante che sì, può essere certamente considerato come un instant classic. Una musica che sembra continuamente suggerirti una sofferenza rauca quasi da ultima spiaggia. E tu che, sprofondato nel divano all’età di vent’anni, non sai se alzarti in piedi e sfondare i cuscini sul muro quando parte il tamburo, oppure metterti a piangere sugli stessi per dichiararti già consumato da una vita a cui chiedi pietà per tutte le cose che credi di aver subìto a causa delle solite turbe giovanili. “Raintown” è un disco per young-adult che ha chiesto sempre rispetto, che non può essere teletrasportato fuori dall’intimità di un ascolto frustrante ma potente e pieno d’orgoglio che traspare da tutti i pori. Perchè se credi veramente di essere nato in una tempesta proprio come ti sgomenta lo stesso Ross nei novanta secondi d’apertura di “Born in a Storm”, quello che può capitarti è prenderti tutta la pioggia addosso da fregartene altamente, struggendoti minuto per minuto, con tutta l’onestà che solo un gruppo di debuttanti potrebbe fare. Il lato A è così prodigioso e potente da essere incorniciato come uno dei migliori degli anni Ottanta, secondo solo ad uno “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, proprio a voler scomodare paragoni. Ma “Raintown” merita un capitolo tutto suo, con quel modo di saper raccontare scenari, incapsulare miniature di vita quotidiana e sfiancarti proprio quando, canzone dopo canzone, non sapresti quale scegliere tra le più belle e schiette. Ora che ci penso, in questo disco ci sono ballate così stupefacenti da saper attendere solo il decennio successivo con un David Gray, quello di “White Ladder”, per gridare al miracolo. Ovviamente secondo i miei personali gusti, anzi, mi si permetta di rettificare con la mia “personale sensibilità”. Perchè per ascoltare certa musica come nel caso di “Raintown” non basta uno stereo ed un volume sufficientemente alto da far uscire il sentimento dell’hi-fi. Ciò che conta è centellinare quei momenti magici che soltanto la “polverina” di cui sopra (con ingredienti ancora misteriosamente segreti) riuscì a dotare del gruppo di Glasgow, un eccezionale e praticamente irripetibile epifania.

Pino Morelli